• I vini naturali… lieviti indigeni in azione

Stefano Menti: un vignaoiolo che … sorride!

La felicità è … tante piccole cose … o poche grandi … A seconda dei punti di vista e delle unità di misura. Molteplici nella loro pluralità. Felicità è … Sentire il presente dimenticando ciò che era ieri e quanto vorremmo dal domani. Felicità è non prendere le cose sul serio e con loro noi stessi, ridendo di noi e della nostra goffaggine, qualora ne si assuma la consapevolezza. Felicità è … sentirsi liberi di non volere, non essere qualcosa, non voler andare da qualunque parte. Stare qui. Coltivare una passione, sia pur nelle briciole di tempo che rimangono della pagnotta masticata durante il corso di quella che abbiam deciso sia stata una giornata; nostra e basta. Felicità è il rimbombo di un tuono; un colpo secco e forte che risuona dopo la luce accecante del lampo. Felicità è lo scoprire che il fulmine è la somma di un lampo e di un tuono e che mentre i due si uniscono ed interrompono il segnale satellitare voi potrete seguire con il vostro racconto… Felicità è … Un piatto di pasta al pomodoro; un sorso d’acqua o di vino. Tutto ciò che vi possa regalare un sorriso, purché sia vero.

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Un sorriso come quello di Stefano Menti. Sì, quando penso a Stefano la prima cosa che mi viene in mente è un sorriso spontaneo. Privo di fronzoli e sfaccettature.  Un sorriso … e basta.

Ma se fossi costretta ad andare al sodo  … come descriverei Stefano? Raggiante, sorridente (appunto), solare, smagliante. Dallo spiccato accento veneto. Dal suo essere senza filtri si evince fin da subito una genuina attitudine alla vita. Un essere sé stesso; Stefano ama stare con le persone e lavora con passione. Su questo non ci piove. Non ci sono lampi; men che meno tuoni. C’è una voglia di fare che si manifesta nel presente, originando dal passato.

La storia della cantina Menti risale infatti al 1800; ci trovavamo così come oggi ci troviamo nel villaggio di Gambellara, sulle colline vicentine. Tutto ebbe inizio con il nonno, che iniziò a coltivare l’uva per uso domestico; poi il papà Giovanni ed infine Stefano. Di generazione in generazione; si dice così, corretto? E’ un po’ lo stesso principio del “c’era una volta…”.

Oltre a delle ottime bollicine, Menti produce dei vini fermi di tutto rispetto (oserei con un “egregi” nel senso qualsivoglia affibiabile al termine in oggetto), a partire da uve rigorosamente autoctone:  la durella e la garganega. E vini dolci da uve passite (da cui originano il Vin Santo ed il Recioto). Il tutto si genera da 7.5 ettari di terra di origine vulcanica, coltivati in modo biologico e dinamico.

Di Menti potrete assaggiare il suo Omomorto, un metodo classico per 97% a base di garganega o in versione spumantizzata. Il Roncaie sui lieviti, 100% garganega. L’Omomorto sempre sui lieviti, 98,5% durella. E poi tra i fermi troverete ancora il Riva Arsiglia, 100% garganega, l’Albina, 100% garganega ed il Monte del Cuca, sempre 100% garganega, di colore più ramato per via del suo prolungato sostare sulle proprie fecce. Insomma, da assetarsene ce n’è assai. E da esserne felici ancor più. Garantisco, dopo ripetuti assaggi – in diverse occasioni.

Ma anche da rifletterci un po’ su. Colore, profumo, sapore, equilibrio complessivo? Incastrati all’interno di una filosofia se vuoi unica nel suo genere. Che astrae dalla vinificazione in quanto tale. Perché Stefano ha deciso di mantenere il suo vino “volutamente declassato”. Di fronte ad una situazione economica tutt’altro che semplice (Dio mio quanto è difficile campare) Menti ha deciso di perseguire il suo obiettivo chiave, quello di offrire un prodotto ad un prezzo ragionevole, aggirando l’ostacolo della burocrazia e dei costi alla stessa connessi. Gli orpelli lo sappiamo, si pagano cari. Ed è così che si è “distaccato” dall’Associazione dei Produttori di Gambellara, rinunciando alla certificazione DOC per passare alla dizione se vuoi meno altisonante di “Vini da tavola”. E’ la dignità di essere equo. Di sentirsi orgogliosi, quindi felici.

“Mamma si occupa della contabilità; facciamo tutto in casa. Per mantenere un margine che ci consenta la sopravvivenza e non trasferire un ricarico al cliente abbiamo dovuto tagliare alcuni costi. Da qui la decisione di abbandonare la DOC anziché compromettere la qualità del nostro prodotto”. Dal mio asettico italiano  ben poco si evince. Lasciatevelo piuttosto spiegare da Stefano il quale, con estrema simpatia, ve lo racconterà intervallando qualche parola nel dialetto locale dallo spiccato accento veneto con … un’altra parola in dialetto locale dallo stesso identico accento veneto; spiccato per definizione. Il tutto tra un bicchiere di vino … ed un altro ancora.  Con un sorriso sulle sue labbra ma soprattutto nei suoi occhi. Basta poco per essere felici.

Cin cin!

2 commenti

  1. Francesco Mondelli

    Tanti amici viticoltori hanno alla fine fatto la scelta di uscire dalla doc se non altro anche perché spesso gli assaggiatori delle varie camere di commercio prendono degli abbagli colossali.Nel caso particolare fa onore i prezzi tenuti bassi più del giusto in modo da dare a più persone la possibilità di permettersi un buon vino:e questa se mi é permesso,é vera democrazia .PS.Le doc ,lo si é capito da sempre,servono più all’imbottigliatore o all’industriale di turno che devono fornire la grande distribuzione e quasi niente agli onesti viticoltori artigiani che con tanti sacrifici cercano di mettere in bottiglia un prodotto di territorio e di qualità.Ad maiora FM.

    • Caro Francesco il tuo punto di vista è sempre interessante. Si molti fanno questa scelta. Menti mi ha colpita perché ne va talmente fiero da volerlo quasi “urlare” al mondo esterno. Al punto da scriverlo sulle T-Shirt.. Io la uso per andare a dormire ma mi da un senso di libertà incredibile… Domani visita da Gravner; molto emozionata…

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