• I vini naturali… lieviti indigeni in azione

Lo zibibbo di Nino Barraco: un nome un dolcezza, ops…una certezza

Alzi la mano chi di voi, quando pensa allo zibibbo, disegna nella propria mente un vino dai riflessi dorati, molto profumato e tendenzialmente dolce.  Un bel passito di quelli rotondi da bere di fronte al caminetto meditando (è un po’ stracciata, lo so) o in accompagnamento a dell’ottima pasticceria secca (che suona un po’ da manuale).   Tornando a quelli che dovevano alzare la mano, credo siano in molti. Tornando a noi, anzi a me, l’altro giorno ho smentito alcune credenze o meglio ho sfatato dei luoghi a me comuni, quale l’essere lo zibibbo un vitigno preferibilmente dolce. Moscato di Pantelleria, vendemmia tardiva Zibibbo … Da un vitigno anche lui di nome zibibbo. Che poi, se la parola zibibbo deriva dall’arabo zabīb  (“uva passita”), non sarà che i miei luoghi comuni hanno poi un fondo di verità? Eh no, quando ho detto che li ho sfatati ero seria!

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Lo zibibbo di Nino Barraco

Lo zibibbo dà quindi origine anche ad un ottimo vino secco, dalle forti note aromatiche (caratteristica intrinseca dell’uva), una presenza di frutta candita tendenzialmente agrumata, qualche accenno mielato e, a chiudere, un tocco sapido a creare quell’equilibrio che si cerca costantemente nel vino … (e non solo).

Lo zibibbo (lo so che è una parola un pò fastidiosa, ZI-BIB-BO!), nel suo scontro tra dolci note e retroscena sapidi è capace di regalare delle sensaziovini-barraconi talmente passionali che solo degli abili artigiani possono essere in grado di domare. Ed è qui che entra in scena la capacità dell’artista agricoltore, Nino Barraco nel caso in esame, che lo deve dominare senza alterarlo, preservandone l’autenticità che un qualsiasi tipo di intervento manipolatorio andrebbe ad intaccare. Portandolo dalla vigna alla cantina così, come natura lo ha fatto. In gergo tecnico: operando con metodologia naturale; mantenendo la purezza del vitigno autoctono. L’azienda di Nino è fatta di circa 10 ettari di terreno, nella zona trapanese. Si cerca il più possibile di rispettare il terreno e di sfruttare il microclima per far sì che il vino che si produce ne rifletta le caratteristiche, attraverso una personalità … coi controaggettivi. I terreni sono coltivati non solo a quel vitigno là sopra citato di cui non ripeto più il nome perché ne avrete per certo le orecchie piene; anche a grillo e catarratto (per i bianchi) e nero d’avola e pignatello (per i rossi).  La vendemmia è manuale, a cui segue  una

macerazione di qualche giorno sulle bucce; la fermentazione è spontanea (solo lieviti indigeni); l’utilizzo dei solfiti ridotto ai minimi termini. Maturazione in acciaio, imbottigliamento senza filtrazioni o chiarifiche … Sul bicchiere infine (tutti gli altri e lo zibibbo incluso) ad accompagnare piatti mediterranei, pesce crudo a go go o, perché no, un’ottima pizza gourmet com’è per scelta consapevole a me  accaduto l’altra sera da Grigoris.

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Ecco quindi, pizza e birra, era forse questo l’altro binomio da sfatare? Sinceramente, dopo un cadice di ZI-BIB-BO di Barraco, ho lasciato alle spalle qualsiasi mito. Screditando ogni  certezza, a parte quella che i vini come quelli di Nino, alias naturali, oltre ad essere buoni non fanno venire né mal di testa né mal di pancia.

Al prossimo calice allora!

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