• I vini naturali… lieviti indigeni in azione

La Georgia: una passione simile al nostro sud Italia, dove il vino si fa da 1000 anni – Soliko Tsaishvili docet

Quest’estate volevo andare in vacanza in Georgia. Così ho iniziato a studiare in merito al vino georgiano; documentarmi sullo stesso, così come sulla cultura popolare…Leggendo un po’ di qui ed un po’ di li … Un po’ di qua ed anche di la’…Ed ho appreso di non sapere. Che cosa? Un bel niente. Insomma, ho capito che non sapevo nulla. E so ancora ben poco. Ma siccome quel poco che ho letto e quel tantino di tannino che ho assaggiato non mi servirà a nulla (visto che alla fine è stato il Sud Africa a lasciarmi tentare in via definitiva), ho deciso di condividerlo, facendo della stessa (condivisione) un grande strumento di piacere.

Anfora

Perché mi sono estremamente compiaciuta nello scoprire che la Georgia è un paese … un paese piccino piccino di cui ben poco si sente parlare.Quanti Abitanti? Circa 4 milioni. E dove diavolo vivono? Tra Europa ed Asia. E come sono? Sono un po’ come i nostri terroni. Scusate, scusate, ancora scusate. Io le persone del sud le amo comunque, sia inteso. Perché? Perché sono solari, simpatici e soprattutto ospitali. Ti rimpinzano da star male. E quelli georgiani ti annaffiano di vino. Ti ospitano, offrono aiuto, ti fanno ballare e cantare. Se l’ospite è benvenuto, il turista è sacro. Non potrete uscire da casa loro sobri e senza aver fatto un cin cin (“vakhtanguri). E se capitate in occasione del supra, la tipica festa georgiana, preparatevi a raggiungere il massimo stato di ebrezza vi siate mai proposti come obiettivo nella vostra vita (posto che lo abbiate fatto). Dopo il brindisi tradizione vuole di fatto che il vino sia bevuto tutto d’un sorso. Vorrà dire che il giorno dopo sarete ancor meglio predisposti nel lasciarvi estasiare dalle meraviglie di questo paese. Solo sei ore per attraversarlo da est ad ovest,  tra catene montuose (il Caucaso), km di coste sul Mar Nero, laghi ed acque termali, foreste e fiumi, coltivazioni di frutta e verdura; agrumi; mais. La modernità della capitale  Tbilisi. Eccetera. Ah, e vigneti, ovviamente.

In Georgia, infatti, si fa il vino da circa 8.000 anni. Sebbene il vino in anfora sia entrato più recentemente a far parte dei vini “alla moda” (si pensi al successo di Gravner che ne ha tratto ispirazione e con lui a ruota), è dall’età del bronzo che il succo d’uva viene fatto fermentare nelle anfore sepolte sotto terra. Si perché oggi è come allora. Si fa uguale. Pensate. Dicono che i georgiani infatti, dopo anni di comunismo, non hanno un grande spirito di iniziativa. Noi italiani forse anche un po’ troppo invece.

E quindi? Cosa bere, di chi … Come, quando e perché non sta  a me affermarlo. Però, ad esempio, se vi capita (incontri accidentali di vita) assaggiate il vino di Soliko Tsaishvili, prodotto nella zona di Kakheti.  13.5 acri di terreno (1 acro = 0.4 ettari circa, giusto?), coltivati in maniera biodinamica. A partire da vigne anche di 50 anni. Dopo la fermentazione rigorosamente spontanea il vino rimane nelle anfore per circa sei mesi . A contatto con le bucce. E’ un po’ la stessa solfa ma la ripeto, chissà mi entri in testa una volta per tutte: lieviti indigeni, fermentazione che avviene lei da sola, autonoma, spontanea: poc’ anzi scritto.

Cattura.PNGNessuna addizione di solfiti aggiunti e assenza di filtrazione. Si vede, si sente, ci si riflette sopra. Si vede perché il colore, per via della macerazione, è aranciato, ambrato, rossiccio. La limpidezza del vino sfumerà via via che ne verserete: per via della non filtrazione. Non è una colpa, semplicemente una caratteristica. Si sente, nel senso … si odora. I profumi sono complessi. Carsici, di terreno; un po’ selvatici. Non c’è frutta. E come se è vero. Dicono anche un po’ sulfurei i profumi ma non saprei bene definire la “sulforoseità” quindi chi lo sa, magari c’è anche lei. Si sente, nel senso … si gusta. Minerale, un po’ sapido. Tannico, per via della macerazione, ancora una volta. Elaborato, indubbio. Fresco. Grazie all’acidità tipica dell’uva (rkatsiteli, a bacca bianca); un’acidità non eccessiva, giacché raccolta tardivamente. Ammalia, confonde. Porta a riflettere. E’ davvero un vino da bere? Perché in realtà a me fa venir più fame che sete. Ho provato lo KATSITELI TSARAPI, annata 2013.  Tsarapi è il nome del vigneto, un grand cru. Un vino appetitoso, “mangioso”, dopo tutto quanto il resto.

KATSITELI TSARAPI.JPG

Merito di Soliko. Ex editore di una rivista di arte e letteratura, da sempre grande appassionato. La svolta accadde nel 2003, quando da semplice hobby quella per la viticoltura diventò una vera e propria professione. Moltissima ricerca tra le pratiche dell’enologia moderna. Tantissime conversazioni con le persone più anziane per apprendere da e per la tradizione. “Iniziai lavando le vecchie anfore abbandonate, rivestendole internamente di cera d’api. Vendemmia manuale; nessun lievito aggiunto ma … inizialmente non seguii il consiglio dei “vecchi”, ovvero di far fermentare il vino con le sue bucce”. E se ne pentì, il caro Soliko. Ma non è sbagliando che si impara? E lui pare aver confermato questo ritornello.

Ad oggi il suo vino infatti, dopo diversi anni di esperienza, ha raggiunto un equilibrio quasi perfetto. “Quasi” perché è un vino di quelli che o ti piace o non ti piace. Spigoloso, asimmetrico ma intrigante, come spesso accade con le lunghe macerazioni e quando si insegue la naturalità a tutti i costi.  Ma in fin dei conti non occorre essere perfetti per tutti. L’importante è essere speciale per qualcuno. Evviva il Signor Soliko: a me come tutte le cose non immediate è piaciuto molto.

Lascia un commento