• I vini naturali… lieviti indigeni in azione

Il Don Chisciotte di Pierluigi Zampaglione: dove c’è musica non può esserci nulla di cattivo …

Se il concetto di vino naturale è così privo di delimitazione specifica da innescare perennemente dibattiti e diatribe tra moderati, conservatori ed estremisti, sarà allora possibile interpretarlo in senso lato. Dove per lato intendo il contorno non ben delineato di un concetto fumoso in quanto non disciplinato da normative ma ben individuabile da molti fattori che non sono solo i lieviti indigeni e le macerazioni spinte. Ma anche il calore umano che si percepisce nei vini, quella vicinanza alla terra che si annusa nel bicchiere, quei colori così accesi da percepire purezza. Quell’assenza di orpelli che va dritta al punto.

Così scoprirete navigando sul sito dell’azienda agricola di Pierluigi Zampaglione, dove sarà un foto-libro d’altri tempi a raccontarvi in poche parole, senza l’ausilio di social ed immagini ad effetto (a volte utili, altre volte un pò meno), l’essenza di un’azienda agricola a conduzione famigliare. Clic dopo clic, come quando si gira la pagina d’un libro leccandosi il dito indice.

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Tra una riga e l’altra sembra di camminare per l’Alta Irpinia, nel bel mezzo di un paesaggio dalle grandi pale eoliche.  Per scoprire la storicità dell’azienda, condotta dal 1970 da Pierluigi (affiancato dalla moglie Nerina) e che nel 1990 diventa la prima realtà del sud Italia a coltivare foraggi e cerali in regime biologico. Sono speciali i loro pomodori e le loro passate!

Fino a scovare quei 2 ettari di vigneto, impiantati ad 800 metri, dove si coltiva un vitigno dalle forti caratteristiche, dotato di una discreta complessità e con un buon potenziale di invecchiamento, il Il Fiano. Si dice che quello campano di Pierluigi … sia il più alto del mondo.

E’ dunque nel 2006 che nasce il Don Chisciotte, fiano in purezza da uve bio; forti escursioni termiche. Concimazioni organiche, trattamento con zolfo e rame, vendemmia manuale ad ottobre; lunghe macerazioni sulle bucce (40 giorni); affinamento in acciaio; lieviti indigeni; solforosa all’osso; nessuna filtrazione. Il solito protocollo-non protocollo insomma. Ovviamente il colore è aranciato e la limpidezza non gli compete.

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Al naso si sentono moltissimi aromi dati dalla macerazione, con qualche nota un po’ acerba, che evolve poi verso connotazioni più dolci. E poi? In bocca il tannino di un bianco macerato c’è tutto. Si sente la mineralità del terreno e l’asprezza della terra. E’ la natura da cui proviene che lo rende appunto … semplicemente il Don Chisciotte. Armonico nei suoi spigoli, un vino che oltre che assaggiare si lascia anche sentire.

In abbinamento? Proprio per la personalità di questo tipo di vino, trovo che si sposi con estrema versatilità con differenti tipi di cibi. Secondo il signor Pierluigi azzardate con un pesce abbastanza saporito, perché no se con un sugo un po’ piccantino (qua si osa un pochettino). Per la multidimensionalità del vino per me ci starebbe benissimo anche una pizza farcita (e credo Sandro Sangiorgi approverebbe). Se al terzo sorso da solo vi è piaciuto e ne avete colto l’essenza, accendete la musica e investitelo del ruolo di vino da meditazione. Dopotutto si sa che … Dove c’è musica non può esserci nulla di cattivo (Miguel de Cervantes).

 

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