• I ristoranti stellati Michelin

“Da Vittorio”, il tristellato di Brusaporto, si festeggiano nel 2016 50 anni di storia

E’ passato circa un anno dalla mia esperienza presso il tristellato “Da Vittorio”; un ristorante dalle tre stelle Michelin (non a caso un tristellato), ciascuna delle quali luccicante a modo suo. La prima nel 1978; altri 18 anni si sono dovuti aspettare per ottenere la seconda. Nel 2010 la terza.

E’ proprio nel 2016 si festeggiano i 50 anni. Fatti di sapori, passione e caparbietà.

Da Vittorio

La prima stella è quella della storia, intesa come tradizione. Il tutto inizia nel 1966, quando Vittorio e la moglie Bruna aprono il loro ristorante nel centro di Bergamo, nel cuore della città alta. Fin da subito la scommessa di puntare sul pesce, fiore all’occhiello del ristorante. Una passione, quella per l’alta cucina, alimentata e autoalimentantesi attraverso l’amore. Di coppia e per il cibo. Anche se oggi alle redini della gestione sono passati i figli: Francesco in sala; Enrico (Chicco) e Roberto (Bobo) ai fornelli. Una squadra che tra ristorante, catering ed eventi raggiunge le 300 unità.

La seconda stella è quella della “tradizione lombarda e genio creativo” la cui luce può arrivare a soddisfare il palato più esigente. E’ una diplomatica composizione di sapori. Ci sono non solo pesci, ma anche carni. Selvaggina, tartufi e funghi. E, me basita, credo di aver visto il tartufo più grande della mia vita. C’è sempre una prima volta.

La terza stella è la location. Immersi nel verde, Vittorio Relaix & Chateaux, alle porte di Bergamo. La pace dei sensi emana da ogni vostro poro non appena varcherete la soglia, oltrepassando l’imponente cancello sul far della sera. Il ristorante si trova si di una collinetta ed è illuminato da rimanerne abbagliati. Di grande impatto. Di estrema eleganza. Pertanto, appuriate di avere un cambio last-minute in valigia (un tacco nero ad esempio) altrimenti incapperete in una non brutta, bruttissima figura.

Da Vittorio

Ed ecco che, varcato l’ingresso inizierà la vostra piccola favola. La cortesia è imperante. La classe la fa da padrone. Sarete accompagnati al vostro tavolo, sperimentando sin nei primi minuti una classicità del tutto.Si, non aspettatevi un ristorante alla stregua del molecolare scomposto; qui si respira tradizione e … un che di “c’era una volta”. Non l’avevo difatti poc’anzi scritto che ci si sente come di entrare in una piccola favola? Una favola nella quale vi sentirete molto a casa. Si, nel salotto elegante di una casa signorile, dove è tutto argenteria e tovagliati preziosi. Non so se rendo l’idea. Questo è quanto si respira, prima che arrivino le pietanze e con loro aromi e profumi.

Diversi percorsi degustativi attraverso i quali perdersi più la possibilità di un “menù della sera” per i golosi, i curiosi, gli insoddisfabili che, non sapendo cosa scegliere, si affidano a menti maestre. Una selezione a base di pesce, raccomandata dallo Chef. Come fallire?

Da Vittorio

Niente quindi tagliolini al tartufo d’Alba, come i nostri vicini di tavolo (dall’andazzo di essere dei clienti abituali); piuttosto ci siamo persi tra una tartare di tonno con una spuma a mo’ di marshmallow al gusto di ostrica; un risottino al pesce, dove la decomposizione degli ingredienti (incluso il bouillon, anche lui servito a parte) si è rivelata appositamente studiata per il gusto di ricomposizione e quindi della riscoperta dell’essenza del tutto nella moltitudine. La fritturina mista: un complesso mosaico di sensazioni … croccantino. Degli intermezzi tra una portata e l’altra all’altezza … sia di una che dell’altra. Una zuppa inglese decomposta. Allora, un po’ di decomposizione sussiste, ululerete in coro? Non avevo parlare di tradizione? Già, una tradizione ordinatamente scomposta, senza mai sconfinare troppo lontano. Il tutto è essenziale, persino lo dimostrano le Fragoline di mare al verde con polenta bergamasca.

E poi c’è lei, ma pasticceria.Come racconta meglio di me il sito “Una passione che viene da lontano. La vera, quasi segreta passione di Enrico Cerea fin da bambino sono da sempre i dolci“. Una passione che nasce dal cuore e trotterella per arrivare a tavola attraverso la zuppa inglese, scomposta ma non troppo. Integrità di sapori. Un colpo d’occhio invece l’assortimento di bon-bon che vi dominerà al punto che vorrete assaggiarli tutti e non sto scherzando. C’è persino quello ripieno alla vodka.

Le calorie non mancheranno insomma perché anche i mini croissant a forma di pane (ooops, volevo dire il pane a forma di mini croissant) saranno dannatamente irresistibili.

Per fortuna a far dimenticare ogni peccato di gola ci sarà il Vino, Lui. Il liquido odoroso selezionabile da una carta di vini ciclopica sotto consulto del Sommelier. Suona come una medicina. Difatti lo fu. Il Trebbiano d’Abruzzo Valentini, annata 2011. Un vino relativamente “giovane” il nostro, dal momento che un Valentini può supportare sino a 20 anni di invecchiamento. Complessità data da una non filtrazione; non concentrazione; non invecchiamento in barriques. Bilanciato, grasso e fresco.

Ed io, questa volta, non ha altro da aggiungere.

 

 

 

 

 

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