• I vini naturali… lieviti indigeni in azione

Coenobium, il vino delle suore di clausura – fidarsi di loro è bene, non fidarsi di me è meglio

C’è sempre una prima volta nella vita. E per me oggi lo è stata quando ho provato diletto nel leggere la storia dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza, meglio noto come Ordine Trappista (quanto meno per l’assonanza con un certo tipo di birra), votato all’autenticità e alla purezza secondo la regola di S. Benedetto.  Qualcuno è già pronto a sorridere, in me mal riposta fiducia. Ma sfido me stessa e vi narro ugualmente. FullSizeRender

Il Monastero delle suore trappiste di Vitorchiano, siamo a Viterbo, è un luogo dove le monache conducono una vita “cenobitica”*, semplice e povera, nella solitudine e nel silenzio, nella preghiera e nel lavoro.

*il cenobitismo è una forma comunitaria di monachesimo

Dicono sia una penitenza “gioiosa” e posto che a mentir non è alle monache concesso io ci credo. Così come constato che c’è passione in come “orano et laborano” (chiedo scusa per il latino), dal momento che è tutto volto alla partecipazione all’opera divina della creazione e della redenzione … Però con il moralismo mi fermo qua. Ritorno spontanea e me stessa. Nonostante sia una posa difficilissima da mantenere, io ci provo. Passo al dunque. E ve lo dico: io queste suore le ho conosciute perché fanno il vino (aiuta a vinificare Giampiero Bea). Ed è pure buono. Dall’orto ricavano frutta e verdura per il sostentamento. Dagli oliveti un olio extravergine d’oliva per il consumo e la vendita. E dalla vigna giustamente un vino bianco da tavola, ottenuto attraverso metodi naturali.

L’altra sera ho assaggiato Coenobium, vendemmia 2014, da uve Trebbiano (45%), Malvasia (35%) e Verdicchio (20%). Nessuna chimica di sintesi e così a seguire per elencare le consuete caratteristiche dei vini naturali. Questa volta ve le risparmio. Mentre  ci tengo a dire che l’annata 2014 (17.300 bottiglie), per via di una forte piovosità estiva, ha contribuito a creare un vino di contenuta gradazione alcolica (11%) e di facile beva. Ha un colore molto carico, bello giallo, leggermente offuscato per via dei lieviti residui. Non è un’esplosione di profumi ma va “annusato” a più riprese per sentirne le note più dolci, floreali e a tratti mielate, nascoste dietro un’iniziale impenetrabilità. In bocca è schietto. Un vino rustico nel senso buono. L’assenza di stabilizzazione forzata si percepisce: o piace così o non piace.  Note minerali; si sente il lievito per via della fermentazione sulle bucce. Si mastica un pochettino e si capta un po’ di morbidezza dietro ad un incipit un po’ erbaceo.

Ed ora mi fermo con queste note da sommelier ufficiosa. Ritorno spontanea e me stessa. E vi do due consigli, diretti come questo vino con me lo è stato: suora_0

@ bevetelo durante una sera di mezza (o tarda) estate seduti in terrazza, se ne posseduta una. E’ bello fresco, poco alcolico e lo sposerete sin da subito come “vino da tavola” ideale per la bella stagione; quando fuori fa caldo ed in casa pure …

@ bevetelo insieme ad amici  che hanno sempre smentito il vostro disquisir su austerità e clausura. Fateli pasteggiare a Coenobium. Fategli capire che fidarsi è bene. Versategliene un bicchiere in più e fateli divertire. Rendeteli consapevoli che a volte … non fidarsi è meglio. Anche, e soprattutto, quando un vino ha solo 11 gradi!

 

 

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